Sanremo fazioso

IL SANREMO FAZIOSO

Il Sanremo Fazioso (nel senso di Fabio Fazio) presunto portatore di novità ha spento i riflettori, lasciandomi la stessa piatta sensazione degli anni passati.
Niente di diverso dai vecchi Festival: poco spazio alla musica, molto spazio ad improbabili vallette-modelle, Toto Cutugno.
Il clima pre-elettorale ha imperversato in lungo e in largo sul palco prendendosi le prime pagine dei giornali e lasciando trafiletti alla competizione canora.
Certo che, parlando di musica, c’è ben poco da dire.
I talent hanno strapazzato i pochi cantautori in gara che si sono defilati in posizioni di rincalzo trafitti dal televoto, meccanismo perverso e incontrollabile.
Gazzè, Silvestri, Gualazzi sono rimasti lì in secondo piano ad ascoltare le ritrite melodie dei Modà che li salutavano dal podio.
Gli Elii hanno fatto la loro esibizione di stile sfoggiando mille generi in una canzone sola, brano  troppo arzigogolatamente fine a sè stesso per meritare podio, premio della critica e premio come miglior arrangiamento.
Direttamente dalla costola degli Aram Quartet di X-Factor arriva anche il vincitore dei Giovani: un invasione di talent che varrebbe la pena ribattezzare il Festival come Sanremo Famosi.
Mengoni si salva per una bella interpretazione del brano di Tenco, la premiata ditta Malika-Sangiorgi non delude, Gualazzi stupisce ancora con interpretazioni sopra le righe mentre barcolla al piano ricordano il miglior Ray Charles.
Tra una pubblicità e l’altra, tra gli interventi fuori tema e fuori tempo della Littizzetto, due grandi cantanti stranieri mi incantano: Asaf Avidan insegna a tutti cosa vuol dire comunicare (il bis era d’obbligo), Antony ci regala una interpretazione celestiale.
Passano due giorni e non mi ricordo già più di Sanremo; il Festival come ogni anno in un lampo è stato inghiottito dal nulla trascinando nell’oblio Maria Nazionale, Marta sui Tubi, Cincotti e gli Almamegretta.